Benin e’ il paese dell’Africa nera che meglio conserva le sue tradizioni

Ganvie-Benin

Il Benin e il Centro mondiale del voodoo, nessuna religione monoteista è riuscita a penetrarvi davvero, mentre re e guaritori continuano a detenere grandi poteri. Qui si può vivere la vita dei villaggi rurali, immergendosi in una terra senza tempo. E non mancano le bellezze naturali, come le spiagge infinite lambite dall’oceano.

Quando scendi dall’aereo a Cotonou sembra di entrare in una pentola a pressione; il caldo è soffocante anche nel cuore della notte e fa colare il sudore sulle valigie che un nugolo di facchini improvvisati cerca di strapparti di mano per guadagnare i pochi centesimi della giornata.
Ma poi ci si abitua. Perché la città ti ingoia nel suo traffico colorato e caotico dove migliaia di motorette sfrecciano sfidando tutte le regole della strada. Sono gli Zemidjan, i caratteristici mototaxi, veri simboli del Benin. Come le squadre di calcio, hanno in ogni città una divisa diversa; camicia gialla a Cotonou, viola a Bohicon, verde a Natitingou e poi migliaia di camicie dai colori più improbabili per quelli che non sono riusciti ad avere la divisa - né il permesso - ma fanno i mototaxi dopo il lavoro, per arrotondare i magri stipendi. In Benin infatti lo stipendio minimo è di 28 mila franchi cfa (circa 40 euro) ma il 50% della popolazione non ci arriva. Così si improvvisa facchino, venditore ambulante, guida turistica e naturalmente taxista. Su una motoretta gli zem riescono a far stare anche tre persone, e polli, e ceste di ortaggi, e valigie, e bidoni in equilibrio precario, e persino rotoli di cavi d’acciaio che strisciano per terra a ogni curva. Tutto può essere portato su uno zem. Naturalmente senza casco.

Vivere nel villaggio
Il Benin più autentico, però, si incontra uscendo dalla capitale commerciale per inoltrarsi sulle piste polverose che portano a Ouidah, centro mondiale del voodoo, attraverso la “route des pêches”, la strada incastrata tra l’oceano e la laguna. E’ su questa strada che si trova il piccolo villaggio di Avlekelé, 3 mila anime in case di fango e paglia affacciate su uno splendido paesaggio di mangrovie. Jean Marie Hounzanhon è il presidente del Comitato di villaggio, ci accoglie con il sorriso scavato nelle rughe di quell’età indefinibile dei pescatori d’Africa che invecchiano troppo in fretta, potrebbe avere 60 anni, o magari 40. Con lui la moglie Martine, che fa la cuoca per i turisti. Poco lontano il feticcio dei revenant, gli spiriti dei morti che periodicamente ritornano per molestare i vivi e la divinità dello Zangbeto, il guardiano della notte.
«I turisti sono molto importanti per noi» spiega Hounzanhon, «perché il 25% dei proventi resta al villaggio per progetti di sviluppo, un altro 25% serve per ammortizzare l’attività e con il resto paghiamo le spese e lo stipendio di 13 persone».
Fare turismo ad Avlekelé è qualcosa di unico, un’immersione profonda nella vita quotidiana dei villaggi d’Africa, con la possibilità di uscire all’alba sulle barche dei pescatori, imparare dagli artigiani a intrecciare canestri o affiancare le donne mentre ricavano il sale dall’acqua della laguna. Alla sera, sotto la tettoia di foglie di banano, si mangia il cous cous di manioca con carne di capra o la tradizionale akassa, mais fermentato in foglie di tek, o ancora il goussi, polpette di sesamo con salsa di verdure. Ma si possono avere anche cibi più europei, se si vuole, perché Martine e le sue colleghe, prima di avviare l’attività, hanno fatto un corso di formazione con Tourisme et Developpement Solidaire (www.tourisme-dev-solidaires.org), ong francese che promuove il turismo responsabile nella zona. E Tds e la cooperazione francese hanno sostenuto la costruzione del campement per i turisti, quattro casette in stile locale, una payote per mangiare, bar e sala incontri. Grazioso come un piccolo villaggio turistico però il più possibile inserito nel contesto del villaggio che non ha né acqua corrente né luce. Così per illuminare si usano le lampade a olio e la doccia si fa con i secchi d’acqua raccolti dalle donne al pozzo. Una giornata qui, comprensiva di notte e tre pasti completi, costa appena 13.500 franchi cfa (circa 20 euro), ma per il villaggio non è poco. «Abbiamo già costruito un pozzo e rimesso a posto alcune case con i proventi dell’attività» dice Hounzanhon.

Centro mondiale del voodoo
Da Avlekelé a Ouidah la strada è breve, tra le corse dei bambini nudi che salutano gridando jovo (bianco), e il fuggi-fuggi di polli, maiali, capre che affollano la pista. All’entrata della città, quarta nel paese per numero di abitanti, si trova un arco in canne dove è appeso un pollo sgozzato. E’ il simbolo della cerimonia della purificazione, spiega Désiré Kpassenon, guida turistica della Foresta Sacra, «nella notte i sacerdoti passano di casa in casa per scacciare gli spiriti malvagi che vengono gettati in mare» e assicura: «Così tutti sono purificati, anche i turisti che arrivano in questi giorni». Incoraggiante.
La Foresta Sacra rende omaggio al re Kpassé, fondatore della città di Ouidah, che la tradizione narra mai morto ma trasformato in un albero sacro posto, appunto, al centro della foresta. Lo spazio visitabile è per la verità piuttosto esiguo; al centro uno spettacolare baobab di tre secoli, intorno varie statue di divinità voodoo scolpite dal famoso artista beninese Cyprien Toukoudagba; ogni statua, un simbolo complesso che Désiré spiega con passione.
A Ouidah si può dormire alla Maison de la joie (www.webalice.it/flavio.nadiani), dove Justine con i suoi 15 bambini (di cui 10 adottati) accoglie i turisti in famiglia in una bella e semplice struttura dove è possibile condividere la vita con i ragazzini, ma anche avere spazi di autonomia.

Tra re e stregoni
Dal centro della città, dove all’interno di un antico forte portoghese si trova il Museo storico, fino alla spiaggia si snoda la “route des ésclaves”, una sorta di museo a cielo aperto che ripercorre gli ultimi chilometri di strada fatti da migliaia di schiavi strappati alle loro terre e qui imbarcati per il Nuovo mondo. I re del Dahomey (antico nome del Benin), infatti, si arricchirono ampiamente commerciando schiavi con gli olandesi, i francesi, i danesi e i portoghesi. Anche qui le statue dei simboli voodoo costeggiano il cammino fino alla Piazza delle aste dove la “merce” veniva venduta per poi arrivare all’Albero dell’oblio, dove gli schiavi venivano più volte fatti girare bendati affinché perdessero l’orientamento, fino alla Porta del non ritorno, un monumento maestoso e solitario, di fronte alle onde cupe dell’oceano.
Désiré dice di essere figlio di un re del nord. Il che non è strano poiché “in Benin tutti sono re”, come sostiene l’antropologo Marco Aime nel libro “Nel paese dei re” (Ed. Nicolodi, 2003). In effetti, dopo il periodo della Rivoluzione, tra il 1975 e il ‘91, quando il regime marxista-leninista di Matthieu Kerekou aveva abolito ogni autorità tradizionale, oggi il presidente Yayi Boni ha concesso grandi aperture alle strutture tradizionali. Riusciamo a incontrare eccezionalmente sua maestà Signon Oba Adéki Ilouma, imperatore della Valle dell’Ouémé, eletto dai sette re della valle, specialista in geomanzia, provocatore degli spiriti, rilevatore di tutte le forze malefiche, come illustra il suo biglietto da visita, con tanto di foto, cellulare ed e-mail. Ma al di là della definizione e degli ampi abiti tradizionali, Adéki Ilouma è un uomo di ampie vedute: «Sono i bianchi che hanno cambiato la gestione del potere nel nostro paese, istituendone una a immagine delle loro società» ci spiega pazientemente, mentre gli squilla di continuo il cellulare, «ma la chefferie continua. Ci occupiamo di proprietà terriera e problemi sociali, collaboriamo con le autorità statali e le ong. Chiunque si dia da fare per lo sviluppo della vallata è il benvenuto». Oggi il re si è impegnato nella creazione di una scuola di geomanzia e medicina tradizionale, «perché le nostre tradizioni sono una ricchezza inestimabile».

Solidarietà spontanea
Non troppo lontano da Adjohoun, dove vive l’imperatore, si trova Abomey, famosa per i 12 palazzi reali straordinariamente conservati e dichiarati dall’Unesco nel 1985 patrimonio dell’umanità, di cui due divenuti museo aperto al pubblico. E a pochi chilometri da Abomey c’è il villaggio di Gnidjazoun, dove Tourisme et Developpement Solidaire propone soggiorni per turisti. E’ uno dei villaggi più poveri del paese; non ha acqua, non ha luce, non ha un dispensario, né una maternità. Eppure proprio qui si trova un Comitato di villaggio estremamente dinamico, che ha deciso di costruire con le proprie mani, in totale autonomia, il campement per i turisti. Con canne di bambù e foglie di banani sono riusciti a realizzare 4 bungalow dalla tradizionale forma rotonda, con cortile e spazio doccia (al secchio), tutto sommato confortevoli ed estremamente caratteristici. Spiega Augustin, insegnante in pensione, membro del Comitato di villaggio: «Ogni anno dobbiamo rimettere a posto i tetti perché quando piove si rovinano, ma l’esperienza con i turisti è estremamente positiva. Passano qui una settimana e si inseriscono pienamente nelle nostra vita. Quando partono piangono tutti, noi e loro». Incontrano gli artigiani, i contadini, le donne, ma anche «il consiglio dei saggi e i sacerdoti voodoo, e possono assistere con noi ai nostri riti». Anche in questo caso, il 45% dei proventi resta al villaggio. «Il 20% lo usiamo per i lavori di manutenzione, con il resto stiamo finalmente realizzando un dispensario medico». E mettono anche da parte soldi per riuscire ad avere l’allacciamento alla rete idrica di Abomey, «così che le nostre donne non debbano più fare 3 chilometri in cerca dell’acqua». C’è poi la solidarietà spontanea dei turisti: «Un gruppo, visto che solo la metà dei bambini a scuola aveva i quaderni per scrivere, dopo la partenza ha inviato 500 mila franchi cfa (quasi 800 euro) di materiale scolastico». Un segno che la vacanza non è stata inutile

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