Come le visioni della beata emmerick hanno permesso di trovare fra le rovine di Efeso la casa di Maria

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All'inizio degli anni Ottanta dell'Ottocento, a un prete di Parigi, l'abbé Gouyet, furono fatte leggere le «rivelazioni» di Anna Katharina Emmerick [1774-1824, suora agostiniana tedesca, mistica e stigmatizzata, oggi beata ndr], così come Clemens Brentano [poeta e scrittore esponente del romanticismo tedesco che frequentò la Emmerick ndr] le aveva raccolte e pubblicate. Dapprima assai scettico, alla fine il sacerdote decise di partire per il Medio Oriente, libro alla mano, per constatare sui luoghi se si trattava davvero di misteriose visioni o (come pensava più probabile) di illusioni, per quanto in buona fede ed edificanti. Il suo viaggio cominciò nel 1881 dall'Egitto, e qui ebbe la prima sorpresa: i luoghi dove la Sacra Famiglia in fuga avrebbe soggiornato, stando alle «visioni», non solo esistevano, ma erano conformi a quanto diceva la stigmatizzata. Altre sconcertanti conferme in Palestina: da Cafarnao al Tabor, al Carmelo.

Ma le coincidenze più impressionanti furono riscontrate proprio a Efeso che, da città fra le più importanti del mondo antico, era ormai ridotta a un cumulo di rovine semisepolte. Salito sul monte (detto Alagad, l'antico Solmissos), a tre leghe e mezzo dalla città, come diceva la Emmerick, l'abbé Gouyet non solo trovò il sito del tutto coincidente, ma individuò anche una casa, antica e isolata, circondata ancora dalla venerazione dei cristiani locali superstiti e pure dei musulmani. Solo, senza mezzi per continuare le ricerche, senza conoscenze altolocate, quel prete non riuscì, per il momento, a interessare la Chiesa a quella sua scoperta. Ritornò, dunque, a Parigi.

Le cose si rimisero in moto dieci anni dopo. Per sapere, in sintesi, come quelle vicende siano andate, la cosa migliore è rifarsi a una fonte autorevole: la relazione scritta, nel 1951 (dopo la conclusione di nuovi scavi), dall'arcivescovo di Smirne, la turca Izmir, nel cui territorio sta Efeso. L'arcivescovo, che era allora monsignor Joseph Descuffi, scrive: «Nel 1891, padre Poulin, superiore dei Lazzaristi francesi in Turchia, dopo aver letto con i confratelli la Vita della Santa Vergine attribuita alla Emmerick, mosso da scetticismo, decise di controllare i luoghi, per smentire quel racconto. Il colto, e ben poco devoto ufficiale francese François Young, archeologo, si mise a capo della spedizione. Dopo alcuni giorni di faticose ricerche sulle montagne di Efeso, grazie alle indicazioni dei contadini del posto, si ebbe la sorpresa di scoprire un luogo e una casa in rovina [quella già individuata dieci anni prima dall'abbé Gouyet, la cui scoperta era stata ignorata, ndr] che rispondevano perfettamente alle indicazioni della veggente che, inchiodata sul suo letto, non si era mai mossa dalla sua Prussia Renana. Quel luogo era chiamato dai locali Panaya Kapuli, che in turco significa "Cappella della Panaghia (Tutta Pura), Maria". Altri lo indicavano come Meryem Ana Evi, cioè "Casa di nostra Madre Maria". I membri della spedizione seppero che i cristiani ortodossi venivano da sempre, il 15 agosto di ogni anno, con i loro pope, a celebrare qui la Dormizione della Vergine. In effetti, malgrado i loro libri liturgici indicassero a Gerusalemme la fine della vita terrena della Panaghía, essi erano convinti che il luogo sacro dell'Assunzione era questo».

Risultò che i cristiani, oltre 4.000, che vivevano nei villaggi della zona erano i discendenti degli antichi efesini, rifugiatisi su quelle montagne al tempo dell'invasione musulmana, e lì avevano conservato fedelmente le loro tradizioni, prima fra tutte quella di Panaya Kapuli.

Gli scavi successivi avrebbero dimostrato che l'edificio diroccato che si vedeva era la trasformazione in cappella di una casa in pietra certamente di epoca romana, la cui struttura a due stanze (di cui quella sul retro arrotondata) coincideva con quella descritta dalla Emmerick. Particolarmente emozionante fu la scoperta di quel focolare di cui la stigmatizzata parlava, e che stava tra una camera e l'altra, esattamente al centro. Lo si trovò sotto l'altare che, non a caso, era stato innalzato proprio lì, dove ardeva il fuoco che aveva scaldato la Madre del Cristo. Era stato smontato ma, per rispetto, le pietre che lo componevano erano state conservate nella buca sottostante l'altare: da un lato erano bianche, dall'altro annerite da una spessa patina di cenere e di fumo. Si trovò pure legna mezza consumata dal fuoco.

La Emmerick aveva anche precisato: «Le finestre della casa erano poste a una considerevole altezza e la seconda stanza era più oscura della prima...». In effetti, le aperture della casa erano situate a un'altezza inusitata, a quasi tre metri dal suolo. E la seconda stanza non aveva che una feritoia altrettanto in alto, sì che era assai scarsamente illuminata.

Va comunque detto che, secondo la stigmatizzata, Maria sarebbe stata deposta dagli apostoli, accorsi a Efeso, in una grotta «posta a circa una mezza lega dalla casa». Quella tomba non è mai stata ritrovata, anche se non mancano archeologi che sperano di scoprirla, visto che le ricerche sono state intermittenti e non hanno esaurito tutte le possibilità.

È comunque singolare che, alla fine del 1892, dunque poco più di un anno dopo la scoperta, o riscoperta, di Panaya Kapuli, il nuovo arcivescovo di Smirne (città che è, non lo si dimentichi, la sola superstite delle Sette Chiese citate nell'Apocalisse) si sia voluto non solo recare sul luogo per celebrarvi una Messa, ma abbia voluto stendere una lunga dichiarazione ufficiale, dopo aver esaminato i posti e parlato con gli storici e gli archeologi.

Quel presule, monsignor Andrea Policarpo Timoni, dopo avere elencato quel che era stato scoperto, concludeva così il suo documento: «Avendo buone ragioni — visti gli omaggi resi tanto alla buona fede quanto alle virtù di Anna Caterina Emmerick dai suoi direttori spirituali — di pensare che le sue rivelazioni meritano almeno un certo credito; constatando d'altra parte, libro in mano e con i nostri occhi, la conformità perfetta che esiste tra il luogo e le rovine da noi visitate e ciò che dice la veggente sulla casa della Santa Vergine a Efeso; sapendo inoltre che le tradizioni locali, ancora ultimamente e specialmente consultate a questo proposito, affermano nel modo più chiaro che la Santa Vergine ha abitato a Panaya Kapuli, dove essa sarebbe morta e avrebbe la sua tomba; tutto questo detto e considerato, noi incliniamo fortemente a credere che queste rovine siano veramente i resti della casa abitata dalla Santa Vergine e preghiamo questa buona Madre di aiutarci a fare piena luce su una questione che tanto interessa non solo la Chiesa di Smime, ma tutto il mondo cristiano».

Resta il problema della tradizione altrettanto antica, e in qualche modo «ufficiale» perché attestata da un'imponente tradizione liturgica, del luogo della Dormitio venerato a Gerusalemme, nella valle del Getsemani. Gli scavi eseguiti qui nel 1972 hanno confermato, come dice la sintesi di un archeologo, che «l'attuale edicola della cosiddetta "tomba di Maria" testimonia l'esistenza di un centro cultuale giudeo-cristiano, risalente sicuramente all'epoca pre-nicena, di carattere mariano, legato alla memoria della fine della vita terrena della madre di Gesù». Conferme, dunque, anche a Gerusalemme.

Ma c'è da notare che la tradizione (ma pure i testi, per esempio di Tertulliano) fissa a Efeso gli ultimi anni e la morte di Giovanni, cui Maria fu affidata: è pensabile che, vivendo ancora l'apostolo, la Donna non fosse con lui? Inoltre: lo stesso messaggio che i Padri del Concilio di Efeso inviarono al popolo cristiano cita il soggiorno dei Due in quella città. E alla tradizione liturgica di Gerusalemme si potrebbe contrapporre quella, altrettanto antichissima, della Chiesa giacobita, che pone nell'attuale località turca la Dormizione di Maria. Condivideva questa certezza anche il grande islamista Louis Massignon, secondo le ricerche del quale Maria non avrebbe potuto soggiornare a Gerusalemme, come madre di un «maledetto», secondo la Legge, in quanto «appeso a una croce»; né sarebbe potuta tornare a Nazareth perché non solo il Figlio, ma ella stessa, erano stati radiati con infamia dai registri della sinagoga locale. Dunque, l'esilio di Efeso era obbligato. Massignon, tra l'altro, non esitava nel giudicare autentici i doni straordinari della Emmerick, che venerava anche come santa.

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