Don Roberto Sardelli morto ad 83 anni

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“Don Roberto Sardelli era un profondo credente, che aveva scelto il servizio agli ultimi come condivisione. Lui voleva sconfiggere quell’ipocrisia che impediva ai poveri di essere considerati persone”. Con queste parole don Andrea La Regina, responsabile dei macro-progetti ed emergenze nazionali di Caritas Italiana, ricorda don Roberto Sardelli, il “prete dei baraccati” dell’Acquedotto Felice, morto ieri all’età di 83 anni.
Originario di Pontecorvo, nella Bassa Ciociaria, don Roberto Sardelli è ordinato sacerdote nel 1965, a 30 anni. Durante i suoi studi filosofici e teologici ha modo di incontrare don Lorenzo Milani a Barbiana del Mugello. Per un lungo periodo soggiorna a Lione, in Francia, dove approfondisce la conoscenza dei preti operai e lo studio del teologo gesuita Teilhard de Chardin. Nel 1968 riceve l’incarico di collaboratore nella parrocchia di San Policarpo, dove inizia attivamente il suo impegno a favore di chi, soprattutto migranti provenienti dalle regioni del sud Italia, viveva nelle baracche proprio alle spalle della chiesa, nelle arcate dell’Acquedotto Felice. Nel 1969 acquista una delle baracche da una prostituta e si trasferisce nell’insediamento, dove fonda la celebre “Scuola 725”, definita dagli stessi ragazzi “la scuola del riscatto”. Si tratta di offrire un’occasione a chi veniva emarginato anche dalla scuola, consentendo di proseguire gli studi e conoscere testi e autori come Gandhi o Malcolm X. Le riflessioni venivano collezionate nel quindicinale redatto dagli stessi ragazzi. Da questo lavoro nasce la “Lettera al sindaco” e il libro “Non tacere”. Subito dopo lo sgombero della baraccopoli, nel 1973, don Roberto Sardelli si dedica alle collaborazioni giornalistiche con Paese Sera, l’Unità e Liberazione, così come con riviste del mondo cattolico. Nel 1982 fonda lo Studio Flamenco, per avvicinarsi al mondo Rom attraverso la danza; mentre dal 1989 al 1998 segue negli ospedali i malati di Aids. “Don Roberto”, sottolinea ancora don Andrea La Regina, “come dice Papa Francesco, aveva l’odore delle pecore addosso: non ha mai pensato di potersi staccare da quegli ultimi a cui lui era stato inviato, sempre nella disponibilità”.

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